Continua il discorso con Riccardo, nostro Sales & Marketing Manager di Poggio Antico, sui mercati esteri e sul lavoro che porta i nostri vini fuori da Montalcino.

Questa volta lo sguardo si sposta verso l’Asia: un territorio ampio, fatto di mercati molto diversi tra loro, dove il vino italiano premium incontra interlocutori sempre più curiosi e preparati.

Oltre agli Stati Uniti, ci sono aree che oggi ci stanno dando segnali interessanti?

Sì. Stiamo lavorando sul rafforzamento della nostra presenza in Europa, in mercati come Svizzera, Regno Unito, Danimarca e Belgio, dove vediamo un interesse forte per vini di qualità, con identità chiara e un racconto coerente.

E poi ci sono alcune aree dell’Asia, che per noi rappresentano un tema molto interessante: mercati diversi tra loro, con livelli di maturità differenti, ma con un’attenzione crescente verso i vini premium italiani.

Quando parliamo di Asia, da dove partiamo?

Dal Giappone, che oggi è il nostro principale mercato asiatico. È la destinazione più importante sia per continuità sia per qualità del lavoro che riusciamo a fare.

Il Giappone è un mercato maturo, competitivo, molto preparato. È anche un Paese in cui troviamo valori molto vicini alla nostra filosofia: rispetto per la materia prima, attenzione al dettaglio, sensibilità verso l’artigianalità, desiderio di preservare l’identità originaria dei sapori.

Ci sono affinità profonde tra cultura gastronomica italiana e giapponese. Questo rende il dialogo molto naturale, soprattutto quando si parla di vini con un’identità territoriale chiara.

In questo senso, il rapporto con il cibo conta molto?

Moltissimo. In Asia il rapporto con il cibo è centrale, e questo per un vino come il Brunello è un punto di forza. La sua struttura, la freschezza e l’equilibrio lo rendono interessante anche fuori dagli abbinamenti più classici della cucina toscana. Può dialogare con molte cucine asiatiche, proprio perché in quei piatti spesso contano il bilanciamento e la precisione dei sapori.

Oltre al Giappone, quali altri mercati seguiamo?

Stiamo seguendo con attenzione anche la Corea del Sud, un mercato molto interessato ai vini italiani di fascia alta.

Guardando avanti, poi, la Cina resta un mercato molto interessante, anche se negli ultimi due o tre anni ha attraversato un rallentamento importante nelle importazioni e nei consumi di vino. È un mercato che è cambiato molto: i consumatori sono diventati più selettivi, più esperti, e questo può creare nuove opportunità per vini premium.

Anche l’India ha un potenziale enorme sul lungo periodo. Oggi il consumo di vino è ancora piccolo rispetto alla dimensione del Paese, ma le abitudini stanno cambiando. Le nuove generazioni mostrano un interesse crescente verso la cultura del vino e, in parte, stanno spostando alcuni consumi dai distillati ad alta gradazione verso prodotti diversi.

E il Sud-est asiatico?

Anche lì ci sono segnali interessanti. Penso a Vietnam, Cambogia, Malesia. Sono mercati dove la cultura del vino premium è ancora giovane, ma sta crescendo con costanza.

Cosa cercano oggi i consumatori asiatici quando si avvicinano a un vino come il nostro?

Come abbiamo visto parlando dei mercati esteri in generale, anche in Asia i consumatori cercano sempre di più comprensione: vogliono sapere cosa c’è dietro una bottiglia.

Il lavoro sui mercati oggi riguarda anche educazione e racconto: spiegare l’Italia, la Toscana, il Sangiovese, Montalcino, ma anche l’identità specifica di Poggio Antico. Le persone sono più informate, più curiose, e questo vale soprattutto per le generazioni più giovani che si stanno avvicinando ai vini premium.

Qual è, invece, la parte più complessa del lavoro in Asia?

Una delle sfide principali è trovare i partner giusti. Le barriere linguistiche e culturali possono rendere più complessa la comunicazione. Inoltre, in molti Paesi asiatici ci sono società commerciali che lavorano in tanti settori diversi, non solo nel vino.

Per noi è fondamentale individuare interlocutori che abbiano competenza reale, sensibilità per il prodotto e una visione di lungo periodo.

Quindi, in prospettiva, da cosa passerà la crescita del vino italiano in Asia?

Credo passerà da educazione, ospitalità, cultura gastronomica e relazione. Le persone vogliono bere bene, certo, ma vogliono anche capire.

Per una realtà come noi, questo è un punto importante. Abbiamo un’identità precisa, un luogo molto riconoscibile, un modo di lavorare che può essere raccontato con chiarezza. La sfida è portare tutto questo anche lontano da Montalcino, mantenendo lo stesso livello di coerenza.